Questo è il racconto di un secondo. Anzi no, questo è il racconto di una frazione di secondo.
Certo, direte voi, ma come cavolo si fa a descrivere un tempo così breve come una frazione di secondo?
Io non lo so come si faccia, so solo che ci posso provare. All'inizio non mi andava nemmeno di farlo, ma poi ho pensato che scrivere è l'unico modo che conosco per ''salvare'' da qualche parte le sensazioni che provo e che poi, in sincerità, non c'è quasi nessuno qua che sappia chi sono davvero, quindi non ho problemi a parlare, è un monologo, dopotutto. Un monologo cui non potete nemmeno dare un volto.
Ieri arrivo al mio paese per il weekend. Arrivo e passo dal bar per salutare mio padre prima di raggiungere i miei amici e dopo aver (ri)conosciuto una persona molto importante per me.
Entro e come ho fatto migliaia di volte, per migliaia di giorni lo raggiungo al tavolino dove sta giocando a carte con gli amici di sempre. Lui come succede da anni, come sempre, si alza e mi saluta, tutto uguale, tutto normale.
No. Stavolta non è cosi, non so il perchè e forse è stata solo pura casualità ma questa volta prima di abbracciarmi come ha sempre fatto, e come fa sempre un padre con un figlio, mio padre mi da la mano.
No, non la classica stretta di mano, no. Mi da la mano come si fa tra amici, tra colleghi, tra complici di un pezzo di vita.
E' quasi un darsi il 5 ma diverso. E' una stretta di mano che precede un abbraccio, e scusate se la faccio così lunga ma a me non era mai capitato. Non con mio padre.
Con mio padre io ci sono nato e poi ho fatto una pausa da lui dai 9 ai 20 anni, più o meno.
In dieci anni la vita cambia, in dieci anni cambiano le città, il clima, le compagnie e le persone che ti camminano accanto. Cambia tutto, figuriamoci un rapporto che è storicamente delicato e che dovrebbe essere alimentato ogni giorno, come quello tra padre e figlio.
Dopo dieci anni non si riesce a ricominciare e a mettere una pietra sul passato. Non se siete lui o se siete me. Dopo dieci anni uno ha la sua vita, che tra l'altro ha scelto di non vivere più con un'altra donna al suo fianco.
Da soli si cambia. Si cambia troppo, temo.
Si inizia a scandire il ritmo del tempo e si tende a voler imporre il proprio ritmo a tutto, alla notte, al giorno, alla vita, al lavoro, agli amici, ai figli. Per questo nella mia vita ho un'unica paura, quella di finire così.
A 60 anni da solo, tornare a casa ogni sera e trovare le luci spente, il tavolo vuoto.
E vivere un letto che ogni notte sembra sia messo lì solo a ricordarti che, fondamentalmente, una parte della tua vita l'hai sbagliata e magari non hai più nemmeno avuto voglia di riprovarci, di puntare ancora su te stesso o su qualcun'altro.
Nessuno che ti corra incontro, nessun clacson di qualcuno che arriva, nessuno che suoni il campanello o faccia suonare il telefono, nessuno che ti chieda
''Ehi come và? come è andata oggi? Usciamo stasera?''
Quelle frasi banali che in tanti, troppi, danno per scontate e che hanno l'effetto di allontanare, più che unire...
Ma come cazzo si fa?!
Come è possibile che vivere con qualcuno e sentirsi dire queste parole, che sono state ''create'' apposta per avvicinare le persone e una volta vicine, per tenerle insieme, possa invece avere l'effetto contrario, così nero, così brutto?
Forse non lo capirò mai, così come forse io e mio padre non saremo più quello che eravamo quando avevo 4 anni e mi portava in giro sulle sue spalle.
Ma questo è ovvio, non è possibile, il tempo è passato.
Forse non è troppo tardi però per ritrovare quell'amico che avevo perso chissà dove lungo la strada. So solo che sono contento oggi e mi và bene così...
Grazie Pà.
Riot
lunedì 11 gennaio 2010
venerdì 8 gennaio 2010
Alba n.0
Mi sono sempre fatto un sacco di domande...
Non so dirvi bene il motivo ma si crede sia una caratteristica dei bambini.
Il fatto è che io non l'ho mai persa. Fin da piccolo mi chiedevo il perchè di ogni cosa.
Una volta ricordo che a scuola stavo sfogliando annoiato il libro di scienze
(e dovevo esserlo davvero per mettermi a sfogliare un libro di scuola)
Fatto sta che ricordo di essere stato rapito da una frase:
''Domani 25 Agosto il Sole sorge alle 0re 06:03''
(non era proprio così, soprattutto la data, è un esempio. O forse no.)
é una frase semplice, noiosa per tanti, di quelle che passano inosservate e non lasciano tracce negli occhi di chi legge.
Io invece ricordo ne fui rapito... ''Come è possibile?'' Mi dissi.
''Come si può definire con questa precisione una cosa così astratta e misteriosa come il sorgere del sole?''
Era incomprensibile per me, infatti... dati e numeri, secondi e proiezioni non potevano avere nulla a che fare con questo.
Tra l'altro ero convinto che l'alba sorgesse un pò quando voleva, e visto che sorgeva per tutti, tutti potevano decidere quando vederla.
L'alba è come il tramonto, sono due espressioni dello stesso volto, sono imprescindibili, inconcepibili a volte, non si lasciano certo incatenare dalla futilità delle previsioni degli uomini.
Strano però come due eventi tanto spettacolari per i miei occhi siano destinati a non trovarsi mai, passando l'eternità a rincorrersi.
Continuai a pensare a questo per molto tempo, quasi rassegnato. Poi un giorno mi capitò di leggere da qualche parte che secondo la mitologia nordica (non so quale parte, a dir il vero)
ci sono momenti dell'anno in cui giorno e notte si fondono, si incontrano, e si uniscono in un abbraccio che rende impossibile capire dove inizi l'uno e dove finisca l'altra.
Quel momento ha un nome preciso che ora non ricordo, ma ricordo che è il momento in cui, sempre secondo la Leggenda, l'animo umano è inattaccabile da tutto ciò che ci rende persone peggiori, invidia, odio, avidità.
E' un pò come se notte e giorno riuscissero a vivere un pezzo della loro vita insieme, e questo creasse una barriera tanto forte, da risultare indistruttibile.
Ora sto pensando ad altro, ad altre persone e a questa leggenda...
Ma forse questa è un'altra storia..
Riot
Non so dirvi bene il motivo ma si crede sia una caratteristica dei bambini.
Il fatto è che io non l'ho mai persa. Fin da piccolo mi chiedevo il perchè di ogni cosa.
Una volta ricordo che a scuola stavo sfogliando annoiato il libro di scienze
(e dovevo esserlo davvero per mettermi a sfogliare un libro di scuola)
Fatto sta che ricordo di essere stato rapito da una frase:
''Domani 25 Agosto il Sole sorge alle 0re 06:03''
(non era proprio così, soprattutto la data, è un esempio. O forse no.)
é una frase semplice, noiosa per tanti, di quelle che passano inosservate e non lasciano tracce negli occhi di chi legge.
Io invece ricordo ne fui rapito... ''Come è possibile?'' Mi dissi.
''Come si può definire con questa precisione una cosa così astratta e misteriosa come il sorgere del sole?''
Era incomprensibile per me, infatti... dati e numeri, secondi e proiezioni non potevano avere nulla a che fare con questo.
Tra l'altro ero convinto che l'alba sorgesse un pò quando voleva, e visto che sorgeva per tutti, tutti potevano decidere quando vederla.
L'alba è come il tramonto, sono due espressioni dello stesso volto, sono imprescindibili, inconcepibili a volte, non si lasciano certo incatenare dalla futilità delle previsioni degli uomini.
Strano però come due eventi tanto spettacolari per i miei occhi siano destinati a non trovarsi mai, passando l'eternità a rincorrersi.
Continuai a pensare a questo per molto tempo, quasi rassegnato. Poi un giorno mi capitò di leggere da qualche parte che secondo la mitologia nordica (non so quale parte, a dir il vero)
ci sono momenti dell'anno in cui giorno e notte si fondono, si incontrano, e si uniscono in un abbraccio che rende impossibile capire dove inizi l'uno e dove finisca l'altra.
Quel momento ha un nome preciso che ora non ricordo, ma ricordo che è il momento in cui, sempre secondo la Leggenda, l'animo umano è inattaccabile da tutto ciò che ci rende persone peggiori, invidia, odio, avidità.
E' un pò come se notte e giorno riuscissero a vivere un pezzo della loro vita insieme, e questo creasse una barriera tanto forte, da risultare indistruttibile.
Ora sto pensando ad altro, ad altre persone e a questa leggenda...
Ma forse questa è un'altra storia..
Riot
giovedì 15 ottobre 2009
mercoledì 19 agosto 2009
Alla Fine della Notte
''Cade. Inaspettatamente, in una notte in cui il caldo ti offusca i pensieri e ti vieta il sonno.
Cade e come mille altre volte credi che anche questa non sarà diversa, ti aspetti che a lei ne seguano altre, che si mescoleranno con il tuo sangue e con quella scatolina rossastra che ti pulsa dentro, che si dimena, come se in questa notte avesse deciso di battere da più in fondo, da in mezzo all’anima più che da dentro al petto.
Poi così, in un lampo, capisci. Stavolta è diverso.
Stavolta è sola.
Cade da sola e nei brevi istanti in cui compie il suo percorso la tua mente si accende e ridà luce a pensieri che normalmente impieghi giorni per ricomporre.
Ti sorprendi perchè è indefinibile tentare di capire come tutto ciò che ti ha segnato, nel corso della tua vita, possa passarti dinnanzi tanto rapidamente quanto chiaramente, come fosse pioggia, come se succedesse ora.
Pochi attimi ancora e hai la tua conferma. Nella sua caduta, che forse sarebbe meglio definire discesa, và a morire dove puoi percepirne il gusto e ti accorgi di quanto sia anch’esso diverso.
Acre, quasi pungente, come se fosse lì per ribadire ancora quanto sia diverso, stavolta.
Cade, e quando si spegne la sensazione che lascia non è dato poterla descrivere. Penso che sia diversa per ognuno e che ognuno abbia il diritto di darle il significato che vuole.
Tutto ciò che resta è la consapevolezza che sia passata per terminare un capitolo, per chiudere un’immaginario cerchio tra i mille che viviamo, nella nostra fulminea esistenza.
Cade, e una volta tanto ti rispondi senza un’altra, ennesima domanda. Ora sai che doveva farlo da sola, senza essere seguita da tutte le altre, per avere un senso, un unica, sola, grandissima lacrima.’’
Dedicato a...
''Cade. Inaspettatamente, in una notte in cui il caldo ti offusca i pensieri e ti vieta il sonno.
Cade e come mille altre volte credi che anche questa non sarà diversa, ti aspetti che a lei ne seguano altre, che si mescoleranno con il tuo sangue e con quella scatolina rossastra che ti pulsa dentro, che si dimena, come se in questa notte avesse deciso di battere da più in fondo, da in mezzo all’anima più che da dentro al petto.
Poi così, in un lampo, capisci. Stavolta è diverso.
Stavolta è sola.
Cade da sola e nei brevi istanti in cui compie il suo percorso la tua mente si accende e ridà luce a pensieri che normalmente impieghi giorni per ricomporre.
Ti sorprendi perchè è indefinibile tentare di capire come tutto ciò che ti ha segnato, nel corso della tua vita, possa passarti dinnanzi tanto rapidamente quanto chiaramente, come fosse pioggia, come se succedesse ora.
Pochi attimi ancora e hai la tua conferma. Nella sua caduta, che forse sarebbe meglio definire discesa, và a morire dove puoi percepirne il gusto e ti accorgi di quanto sia anch’esso diverso.
Acre, quasi pungente, come se fosse lì per ribadire ancora quanto sia diverso, stavolta.
Cade, e quando si spegne la sensazione che lascia non è dato poterla descrivere. Penso che sia diversa per ognuno e che ognuno abbia il diritto di darle il significato che vuole.
Tutto ciò che resta è la consapevolezza che sia passata per terminare un capitolo, per chiudere un’immaginario cerchio tra i mille che viviamo, nella nostra fulminea esistenza.
Cade, e una volta tanto ti rispondi senza un’altra, ennesima domanda. Ora sai che doveva farlo da sola, senza essere seguita da tutte le altre, per avere un senso, un unica, sola, grandissima lacrima.’’
Dedicato a...
mercoledì 12 agosto 2009
Heroes, Capitolo 1. ''Genesi''
''Da dove viene questo bisogno, quest’ansia di risolvere i grandi problemi della vita, quando anche la più semplice delle domande non ha risposta: perchè esistiamo, che cos’è l’anima, perchè sognamo...
Forse sarebbe più comodo fare finta di niente, voltarsi dall’altra parte, ma non è nella natura umana, non è per questo che siamo qui...''
''Da dove viene questo bisogno, quest’ansia di risolvere i grandi problemi della vita, quando anche la più semplice delle domande non ha risposta: perchè esistiamo, che cos’è l’anima, perchè sognamo...
Forse sarebbe più comodo fare finta di niente, voltarsi dall’altra parte, ma non è nella natura umana, non è per questo che siamo qui...''
lunedì 10 agosto 2009
Lettera XIX.
''... Da questa maledetta città ti ho già scritto ventisei volte e tu mi hai risposto diciassette lettere.
Ora ti scrivo ancora una volta e poi mai più.
Ecco, l'ho detto, ci ho pensato a lungo cercando la maniera di formulare questa frase cosi importante e dirti tutto in modo, però, da non farti tanto male.
Mi congedo da te, perché la decisione è stata presa già da stamattina. Non voglio toccare nella mia lettera l'aspetto militare della questione: è un fatto che riguarda solo i russi.
Si tratta soltanto di vedere per quanto tempo ancora noi dureremo: ancora un paio di giorni o un paio d'ore.
Abbiamo davanti agli occhi la nostra vita.
Ci siamo rispettati e amati e abbiamo atteso per due anni.
È stato giusto, in un certo senso, che il tempo ci abbia diviso: ha aumentato il desiderio di rivederti, ma ha pure facilitato di molto il distacco.
Ed è il tempo che può rimarginare la ferita per il mio mancato ritorno. . .
In gennaio avrai vent’otto anni, è ancora un'età molto giovane per una donna tanto bella, ed io sono contento di averti sempre potuto fare questo complimento.
Sentirai molto la mia mancanza, ma non sfuggirai gli altri per questo.
Lascia passare un paio di mesi, ma non di più. Gertrud e Claus hanno bisogno di un padre.
Non dimenticare che devi vivere per i figli, non darti tanta pena per il loro padre.
I bambini dimenticano in fretta, soprattutto alla loro età.
Guarda bene all'uomo che scegli, sta' attenta ai suoi occhi e a come stringe la mano, come abbiamo fatto noi, e non sarai delusa.
Una cosa soprattutto: educa i bambini a diventare gente che può camminare a testa alta e che può guardare in faccia a tutti.
Ti scrivo queste righe col cuore pesante.
Del resto tu non mi crederesti, se ti dicessi che mi è facile scrivere così, ma non ti preoccupare, non ho paura di ciò che avviene.
Ripetilo sempre e continuamente, e anche ai bambini, quando saranno più grandi, che il loro padre non è mai stato un vigliacco e che anche loro non dovranno esserlo mai. ''
(Ultime Lettere da Stalingrado)
''... Da questa maledetta città ti ho già scritto ventisei volte e tu mi hai risposto diciassette lettere.
Ora ti scrivo ancora una volta e poi mai più.
Ecco, l'ho detto, ci ho pensato a lungo cercando la maniera di formulare questa frase cosi importante e dirti tutto in modo, però, da non farti tanto male.
Mi congedo da te, perché la decisione è stata presa già da stamattina. Non voglio toccare nella mia lettera l'aspetto militare della questione: è un fatto che riguarda solo i russi.
Si tratta soltanto di vedere per quanto tempo ancora noi dureremo: ancora un paio di giorni o un paio d'ore.
Abbiamo davanti agli occhi la nostra vita.
Ci siamo rispettati e amati e abbiamo atteso per due anni.
È stato giusto, in un certo senso, che il tempo ci abbia diviso: ha aumentato il desiderio di rivederti, ma ha pure facilitato di molto il distacco.
Ed è il tempo che può rimarginare la ferita per il mio mancato ritorno. . .
In gennaio avrai vent’otto anni, è ancora un'età molto giovane per una donna tanto bella, ed io sono contento di averti sempre potuto fare questo complimento.
Sentirai molto la mia mancanza, ma non sfuggirai gli altri per questo.
Lascia passare un paio di mesi, ma non di più. Gertrud e Claus hanno bisogno di un padre.
Non dimenticare che devi vivere per i figli, non darti tanta pena per il loro padre.
I bambini dimenticano in fretta, soprattutto alla loro età.
Guarda bene all'uomo che scegli, sta' attenta ai suoi occhi e a come stringe la mano, come abbiamo fatto noi, e non sarai delusa.
Una cosa soprattutto: educa i bambini a diventare gente che può camminare a testa alta e che può guardare in faccia a tutti.
Ti scrivo queste righe col cuore pesante.
Del resto tu non mi crederesti, se ti dicessi che mi è facile scrivere così, ma non ti preoccupare, non ho paura di ciò che avviene.
Ripetilo sempre e continuamente, e anche ai bambini, quando saranno più grandi, che il loro padre non è mai stato un vigliacco e che anche loro non dovranno esserlo mai. ''
(Ultime Lettere da Stalingrado)
lunedì 3 agosto 2009

L'Inizio....
Nella mitologia greca, Eco è una ninfa delle Oreadi (delle montagne).
Secondo Ovidio, Zeus notando l'attitudine di Eco per il pettegolezzo, la spinse ad intrattenere sua moglie Era in modo da distrarla dai suoi amori furtivi. Era però si accorse dell'inganno, e la punì togliendole l'uso della parola e condannandola a dover ripetere solo le ultime parole che le venivano rivolte o che udiva.
Un giorno, la ninfa si invaghì di Narciso, un bellissimo giovane, di cui tutti, sia donne che uomini, si innamoravano alla follia. Tuttavia Narciso preferiva passare le sue giornate cacciando, non curandosi delle sue spasimanti. Rifiutata da Narciso la ninfa, consumata dall'amore, si nascose nei boschi fino a scomparire e a restare solo un'eco lontana.
"Eco", di Alexandre Cabanel (1823-1889)
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