lunedì 11 gennaio 2010

Solo una stretta di mano...

Questo è il racconto di un secondo. Anzi no, questo è il racconto di una frazione di secondo.
Certo, direte voi, ma come cavolo si fa a descrivere un tempo così breve come una frazione di secondo?

Io non lo so come si faccia, so solo che ci posso provare. All'inizio non mi andava nemmeno di farlo, ma poi ho pensato che scrivere è l'unico modo che conosco per ''salvare'' da qualche parte le sensazioni che provo e che poi, in sincerità, non c'è quasi nessuno qua che sappia chi sono davvero, quindi non ho problemi a parlare, è un monologo, dopotutto. Un monologo cui non potete nemmeno dare un volto.

Ieri arrivo al mio paese per il weekend. Arrivo e passo dal bar per salutare mio padre prima di raggiungere i miei amici e dopo aver (ri)conosciuto una persona molto importante per me.

Entro e come ho fatto migliaia di volte, per migliaia di giorni lo raggiungo al tavolino dove sta giocando a carte con gli amici di sempre. Lui come succede da anni, come sempre, si alza e mi saluta, tutto uguale, tutto normale.
No. Stavolta non è cosi, non so il perchè e forse è stata solo pura casualità ma questa volta prima di abbracciarmi come ha sempre fatto, e come fa sempre un padre con un figlio, mio padre mi da la mano.
No, non la classica stretta di mano, no. Mi da la mano come si fa tra amici, tra colleghi, tra complici di un pezzo di vita.

E' quasi un darsi il 5 ma diverso. E' una stretta di mano che precede un abbraccio, e scusate se la faccio così lunga ma a me non era mai capitato. Non con mio padre.

Con mio padre io ci sono nato e poi ho fatto una pausa da lui dai 9 ai 20 anni, più o meno.
In dieci anni la vita cambia, in dieci anni cambiano le città, il clima, le compagnie e le persone che ti camminano accanto. Cambia tutto, figuriamoci un rapporto che è storicamente delicato e che dovrebbe essere alimentato ogni giorno, come quello tra padre e figlio.

Dopo dieci anni non si riesce a ricominciare e a mettere una pietra sul passato. Non se siete lui o se siete me. Dopo dieci anni uno ha la sua vita, che tra l'altro ha scelto di non vivere più con un'altra donna al suo fianco.

Da soli si cambia. Si cambia troppo, temo.
Si inizia a scandire il ritmo del tempo e si tende a voler imporre il proprio ritmo a tutto, alla notte, al giorno, alla vita, al lavoro, agli amici, ai figli. Per questo nella mia vita ho un'unica paura, quella di finire così.
A 60 anni da solo, tornare a casa ogni sera e trovare le luci spente, il tavolo vuoto.
E vivere un letto che ogni notte sembra sia messo lì solo a ricordarti che, fondamentalmente, una parte della tua vita l'hai sbagliata e magari non hai più nemmeno avuto voglia di riprovarci, di puntare ancora su te stesso o su qualcun'altro.
Nessuno che ti corra incontro, nessun clacson di qualcuno che arriva, nessuno che suoni il campanello o faccia suonare il telefono, nessuno che ti chieda
''Ehi come và? come è andata oggi? Usciamo stasera?''
Quelle frasi banali che in tanti, troppi, danno per scontate e che hanno l'effetto di allontanare, più che unire...

Ma come cazzo si fa?!
Come è possibile che vivere con qualcuno e sentirsi dire queste parole, che sono state ''create'' apposta per avvicinare le persone e una volta vicine, per tenerle insieme, possa invece avere l'effetto contrario, così nero, così brutto?

Forse non lo capirò mai, così come forse io e mio padre non saremo più quello che eravamo quando avevo 4 anni e mi portava in giro sulle sue spalle.
Ma questo è ovvio, non è possibile, il tempo è passato.
Forse non è troppo tardi però per ritrovare quell'amico che avevo perso chissà dove lungo la strada. So solo che sono contento oggi e mi và bene così...

Grazie Pà.

Riot

1 commento:

  1. Spesso è il fatto che accada in un secondo che rende importante l'attimo e l'azione... Se ciò si svolgesse in più tempo forse perderebbe tutto il suo fascino.
    Oggi una bambina mi ha detto:"Come sei brava tu...". Per quanto una bambina di 3 anni possa avere ancora difetti di pronuncia, questa frase non può averla detta in più di due secondi.
    Immagina la GIOIA.
    Oppure in tre secondi si può svolgere la storia di un abbraccio, magari quando tutto va bene e la FELICITà ti induce a buttare le braccia attorno ad un collo non tuo e appoggiando l'orecchio sul petto del proprietario del collo riesci a beccare qualche battito di cuore... Poi può succedere che il braccio attaccato a quello stesso petto si posi sulle tue scaspole mentre la mano ti sfiora i capelli, insieme ad un soffio di respiro. Ed una voce ti dice:"Ehi tutto bene?" così pensi "Sì, tutto ok" e due sorrisi si allargano...
    Immagina la GIOIA...

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